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Si chiama «1» e come ogni inizio segna un confine, uno spartiacque tra ciò che sta alle spalle e la nuova frontiera. Se poi si tratta di una mostra d’arte, ecco che sprigiona una vitalità, un impulso, una sensualità tutta tecnologica, che non per questo rifiuta il calore, la creatività, il gesto artistico. Anzi, lo vuole riportare al suo significato originario.
A promuovere questa rivoluzione del fare arte è la galleria «Aganahuei arte industriale» di Alba, che questa sera alle 18 nei suoi locali di via Parruzza inaugura e presenta con «1» la linea guida che d’ora in poi intende percorrere e sviluppare.
I lavori esposti prendono spunto dai concetti artistici espressi da autori d’avanguardia del 900 e sono stati reinterpretati con un linguaggio e mezzi espressivi contemporanei. Alla base di questo lavoro c’è l’uso della tecnologia informatica e di nuovi materiali tecnologici: dal progetto, elaborato al computer, all’esecuzione ottenuta con macchine a controllo numerico (laser, pantografi, frese).
Ecco allora alle pareti il cretto di Burri in neoprene, la croce di Malevic in metacrilato, e sempre in metacrilato l’opera verde, arancione e nera di Judd, e il grande lavoro di Bruno Sacchetto realizzato con pannelli di Dibond specchiante per rappresentare l’idea di arte che Aganahuei intende proporre. Tutte queste opere, e le altre che verranno prodotte in futuro, hanno come comune denominatore il fatto di poter essere realizzate in più esemplari, tutti originali, con altissimi standard qualitativi.
E’ la fine della vecchia concezione di arte? In parte sì, ma non del tutto. «Anche se le macchine e la tecnologia permettono di ottenere questo risultato, è necessario e indispensabile che alla base ci sia l’artista che sappia utilizzare con intelligenza e sensibilità gli strumenti informatici per rendere poetiche le opere» spiega il curatore artistico della galleria Aganahuei, Pietro De Carolis. E’ quindi un’arte anche di concetto, un’arte che, come dice Sol LeWitt «tende ad attrarre la mente dell’osservatore più che il suo sguardo o le sue emozioni».
Aganahuei non sarà più una galleria d’arte contemporanea intesa in modo tradizionale, ma intende diventare un’azienda che produce arte. Avrà all’interno una equipe di collaboratori che saranno in grado di realizzare i progetti artistici, tutti lavori che sembrano seguire un celebre concetto di Marcel Duchamp: «L’arte è dove la sai vedere».
«Questa mostra – dice Bruno Sacchetto - vuole essere uno spartiacque tra il vecchio modo di fare arte e uno nuovo, più in sintonia con i linguaggi della contemporaneità espressiva. A noi interessa tornare al lavoro artistico progettato, tenerci lontani dall’idea romantica e ormai superata del pennello, dell’artista con il cavalletto e la tela». Ecco allora che il «fatto a mano», sinonimo ormai di pressapochismo, lascia spazio alle macchine industriali, capaci di agevolare ed elevare di molto il profilo qualitativo e quantitativo dell'opera. L’artista ritorna ad essere un progettista, come già accadeva nelle botteghe d’arte del Quattrocento.
Il legame con la pittura industriale, tanto auspicata già cinquant’anni fa da Pinot Gallizio, in questa esposizione è palese. «Nel suo Manifesto della pittura industriale, Gallizio scriveva che “il tempo degli scribi è finito”. Una grande intuizione dalla quale noi, suoi conterranei, vogliamo partire e che vogliamo portare avanti con convinzione» dice ancora De Carolis.
Ma già Piet Mondrian, nel 1919, esprimeva questi concetti: «L’esecuzione e la tecnica hanno una parte importante al fine di stabilire una visione più o meno oggettiva, quale è richiesta dall’assenza dell’opera non figurativa. Quanto meno manifesta sarà la mano dell’artista tanto più oggettiva sarà l’opera. Questo fatto conduce a una preferenza per una esecuzione più o meno meccanica o all’impiego di materiali prodotti dall’industria. Finora, ovviamente, questi materiali sono stati imperfetti dal punto di vista dell’arte. Se questi materiali e i loro colori fossero più perfetti e se esistesse una tecnica mediante la quale l’artista potesse tagliarli con facilità al fine di comporre la sua opera come egli la concepisce, sorgerebbe un’arte più reale e più oggettiva in relazione alla vita di quanto non sia la pittura». Ora questa tecnica esiste e la prima mostra di «Aganahuei arte industriale» è pronta a dimostrarlo.